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Tutto conferma la nostra scelta, fu un errore fare un Pd così plebiscitario

Foto di ©Andrea Sabbadini

Massimo D’Alema ha ragione e le sue parole confermano che abbiamo fatto bene a lasciare il Pd. Ma la colpa non è tutta di Renzi, è sbagliata l’impostazione leaderistica e plebiscitaria del Lingotto.

Intervista di Daniele di Mario

Onorevole Fassina, cosa pensa di quel dice D’Alema?
Ho lasciato il Pd a giugno perché già allora era evidente che il Partito della Nazione era in fase avanzata e irreversibile. Per questo abbiamo avviato la costruzione di SI e ho deciso a novembre di candidarmi a sindaco di Roma, perché larga parte del popolo di sinistra non si riconosce più nel Pd. D’Alema conferma la correttezza di quella scelta.

Dalle città nascerà la nuova sinistra?
Il punto fondamentale è che gran parte del popolo di centrosinistra ha rotto col Pd. La nostra iniziativa non è quella di un ceto politico spiaggiato, ma una risposta a un fatto già avvenuto. I primi segnali ci sono stati col crollo dell’affluenza prima in Emilia Romagna e poi in Toscana e in Umbria. Le iniziative a sinistra che stanno nascendo a Torino, Bologna, Milano, Roma e Napoli puntano proprio a dare rappresentanza a chi è di centrosinistra ma non si riconosce più nel Pd.

Eppure il Pd la sinistra l’ha governato per anni. Dove avete sbagliato?
La decisione di lasciare il Pd di per sé è già un’autocritica. Ma il problema è l’impianto di cultura politica del Pd, fondato sull’idea della democrazia plebiscitaria, del leaderismo e di un europeismo liberista. Renzi non è un marziano, ma l’interprete più estremo e più cinico del Lingotto.

 Critica Veltroni. Vuol dire che non rifarebbe il Pd e tornerebbe all’Ulivo?

No, io credo ancora nell’incontro in un unico partito della cultura cattolico-popolare con quella della sinistra riformista. Non rifarei il Pd come è stato concepito al Lingotto, fondandolo sulla democrazia plebiscitaria. Italia Bene Comune è stato l’ultimo tentativo di correggere quell’impostazione, provando a recuperare l’impostazione ulivista.

 Molti dicono che la sua candidatura a sindaco è votata alla testimonianza.

Una sinistra di governo si costruisce sulla capacità di creare rapporti con culture politiche diverse. Invece alcuni mi attaccano per aver criticato la maternità surrogata. Se Massimo Bray riflette se candidarsi o meno a Roma e Ignazio Marino sta già dentro un percorso, vuol dire che Sinistra Italiana è un progetto più largo, non l’occupazione di una nicchia. Per questo a Roma dovremo presentare una lista plurale per dare una rappresentanza ampia della città.

 Su Avvenire ha criticato Vendola e l’utero in affitto. Considera chiusa la parabola dell’ex governatore pugliese?

Vendola da tempo ha detto di voler fare un passo indietro. Sinistra Italiana si costruisce con un’altra classe dirigente, che va formata e selezionata.

 Si candiderà a segretario al congresso di dicembre?

Ora faccio il candidato sindaco. In vista del congresso abbiamo un enorme lavoro da fare in termini di formazione di cultura politica e di classe dirigente, dobbiamo costruire una comunità di persone che hanno provenienze diverse. Se affidiamo tutto a un uomo solo il progetto fallisce.

 Capitolo primarie Pd. Caos a Roma e a Napoli. Tutta colpa di Orfini? Lei ha partecipato alle precedenti primarie, anche a quelle che l’hanno portata in Parlamento. Non ha mai avuto dubbi o sospetti sulla regolarità delle diverse consultazioni?

È stato stupido imbrogliare sulle schede bianche nella Capitale. Però a Roma già nel 2013 ci furono polemiche, nel 2011 a Napoli le primarie vennero annullate, in Liguria indaga la procura. La responsabilità sta nell’aver fatto delle primarie il mito fondativo del Pd. In realtà esse servono solo a surrogare politica e partiti deboli. Non dico di non farle, possono essere un passaggio fondamentale per la demcorazia. È però evidente che se i partiti funzionano le primarie funzionano. Secondo me servono per scegliere candidati premier o sindaco, non i dirigenti di partito nazionali e locali. Oggi le primarie sono l’effetto della debolezza dei partiti e della politica. Sono comunque favorevole alla loro regolamentazione per legge, perché coinvolgno tutti i cittadini, anche chi non va a votare. Abbiamo presentato una proposta di legge in tal senso.

 Marino sarà in campo, Bray forse. Lei c’è già. Come deciderete chi candidare?

Stiamo discutendo, purché si faccia presto e non si decida dopo le amministrative. Sono personalmente favorevole ai caucus americani. Con Marino abbiamo dialogato a lungo su temi importanti come Malagrotta e le municipalizzate. La sua partecipazione è un indicatore della capacità espansiva del progetto Sinistra Italiana.

 Marino è favorevole allo stadio della Roma e alle Olimpiadi. Lei un po’ meno.

Sui Giochi raccolgo le firme per il referendum: i romani devono decidere se investire nelle insfratrutture olimpiche o per finire la metro C, per i rifiuti, per l’emergenza casa, per il decoro urbano e per la Roma-Lido. A questo proposito non mi convince la vendita ai francesi come vorrebbe la Regione Lazio, che anziché buttar soldi in un’autostrada a pagamento al posto della Pontina poteva investire nel trasporto su ferro. Sullo stadio sono favorevole a un impianto della Roma, e sottolineo della Roma. Il progetto di Tor di Valle non va bene, c’è una sproporzione tra i volumi dello stadio e delle infrastrutture a esso collegate e i tre grattacieli per uffici in una zona dove esistono già uffici sfitti.

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