lavoro: Colpa Jobs Act, ma Di Maio proroghi ammortizzatori

Il Ministro Di Maio deve intervenire per rinnovare la Cassa integrazione e i contratti di solidarietà in scadenza, nonostante le responsabilità siano del Governo Renzi. È vero: il Jobs Act continua a fare vittime. Passo dopo passo diventano sempre più visibili gli effetti negativi che avevano portato alcuni di noi a contrastarlo nella scorsa legislatura. Oltre a far aumentare la precarietà, oltre a rendere ancora più ricattabili lavoratrici e lavoratori, in queste settimane arrivano anche le conseguenze del taglio degli ammortizzatori sociali. Ora, circa 140.000 persone sono in pericolo, coinvolte in aziende in crisi, oggetto dei tavoli aperti al Mise. Salvarli è una priorità della prossima Legge di Bilancio. Da qui si misura il cambiamento promesso dal Governo.

Istat: Jobs act ha reso lavoro più precario

Anche i dati Istat di oggi confermano che il Jobs Act è stato una misura di ulteriore precarizzazione del lavoro, costata circa 20 miliardi di euro. Come ripetiamo da due anni, l’incremento è di occupati, non di posti di lavoro e, in base a Eurostat, si è occupati se si lavora almeno un’ora a settimana nel periodo della rilevazione.
Non a caso, a fronte del milione di occupati in più, le ore lavorate sono oltre 1.2 miliardi in meno del 2008, un numero equivalente a circa 700.000 occupati a tempo pieno.
L’incremento percentuale dei nostri occupati è circa la metà di quanto registrato in media nell’eurozona, un effetto dovuto a un aumento del Pil che ci ha visto in coda alla dinamica media dell’area monetari.
Bene quindi il cosiddetto Decreto Dignità se include davvero la re-introduzione delle causali per i contratti a tempo determinato, ma sin dal primo impiego. Bene anche le misure anti-delocalizzazione, ma che riguardino innanzitutto i Paesi della Ue, dato che il mercato unico europeo è fonte sempre più grave di dumping sociale. E’ invece autolesionismo da parte del Pd continuare a difendere il Jobs Act.

Istat: jobs act ha reso lavoro più precario

Anche i dati Istat di oggi confermano che il Jobs Act è stato una misura di ulteriore precarizzazione del lavoro, costata circa 20 miliardi di euro. Come ripetiamo da due anni, l’incremento è di occupati, non di posti di lavoro e, in base a Eurostat, si è occupati se si lavora almeno un’ora a settimana nel periodo della rilevazione.
Non a caso, a fronte del milione di occupati in più, le ore lavorate sono oltre 1.2 miliardi in meno del 2008, un numero equivalente a circa 700.000 occupati a tempo pieno.
L’incremento percentuale dei nostri occupati è circa la metà di quanto registrato in media nell’eurozona, un effetto dovuto a un aumento del Pil che ci ha visto in coda alla dinamica media dell’area monetari.
Bene quindi il cosiddetto Decreto Dignità se include davvero la re-introduzione delle causali per i contratti a tempo determinato, ma sin dal primo impiego. Bene anche le misure anti-delocalizzazione, ma che riguardino innanzitutto i Paesi della Ue, dato che il mercato unico europeo è fonte sempre più grave di dumping sociale. E’ invece autolesionismo da parte del Pd continuare a difendere il Jobs Act.

Jobs act: ancora conferme del fallimento

Anche oggi l’Istat conferma gli effetti di precarizzazione del Jobs Act:  nel 2017, vi sono 173.000 occupati in più, ma il saldo è dato da un aumento di 303.000 contratti a tempo determinato, in larga misura part-time involontario, e una diminuzione di 25.000 contratti a tempo indeterminato, oltre alla riduzione di 105.000 attività di lavoro indipendenti. Inoltre, l’aumento dell’occupazione riguarda soltanto gli ultra 50-enni bloccati al lavoro dall’innalzamento dell’età di pensione. Nonostante i 20 miliardi di decontribuzione per i neo-assunti, sono risultati diametralmente opposti a quelli previsti e raccontati dalla propaganda del Pd. Per la buona e piena occupazione, è necessario un programma di in investimenti pubblici in piccole opere, come proponiamo da 4 anni in ogni legge di bilancio e come è indicato nel programma di Liberi e Uguali.

Retribuzioni contrattuali orari: stagnazione determinata da Jobs Act

Gli effetti, voluti, del Jobs Act si manifestano anche sulle retribuzioni contrattuali orarie, in perfetta sinergia con l’allargamento della precarietà. Nel 2017, come pure nel 2016, nonostante la celebrata ripresa dell’economia, le retribuzioni aumentano soltanto dello 0,6%, meno di un terzo della crescita nominale del Pil (2,1%). Il dato non dipende dal blocco dei rinnovi nella pubblica amministrazione. Nell’industria, va molto peggio della media. La cancellazione dell’art 18, la facilitazione del demansionamento, l’eliminazione delle causali dai contratti a tempo determinato hanno raggiunto l’obiettivo: indebolire ancora di più la posizione contrattuale dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali e aggravare la svalutazione del lavoro come arma competitiva per l’export. È una deriva insostenibile, sul piano economico e sociale. È necessaria una radicale inversione di rotta per ridare valore al lavoro e alimentare, anche attraverso le retribuzioni, la domanda interna.

Jobs act: clamoroso fallimento

Dal Pd, puntuale anche oggi la lettura propagandistica dei dati Istat sul lavoro. Cosa indicano i dati? Il clamoroso fallimento del Jobs Act e dei 20 miliardi di euro con esso sprecati. Primo, i numeri riguardano gli occupati non i “posti di lavoro”. È occupato, secondo la definizione Istat, chi svolge almeno un’ora di lavoro retribuito nella settimana di riferimento. Una differenza enorme. Secondo, l’aumento degli occupati in Italia è pari a circa la metà della media dell’eurozona poiché dipende dall’aumento del Pil che, a sua volta, viaggia, come negli ultimi 20 anni, a circa la metà dell’andamento medio dell’eurozona in quanto largamente dovuto alla politica monetaria della Bce. Terzo, il 90% dell’incremento degli occupati è a tempo determinato evidente indicatore del clamoroso fallimento del Jobs Act che, in cambio della cancellazione di diritti fondamentali, prometteva lavoro stabile. Quarto, oltre a essere a tempo determinato, l’incremento dell’occupazione è part-time: rispetto al 2008, siamo a 1,2 miliardi di ore di lavoro in meno all’anno (equivalgono a circa 700.000 occupati a tempo pieno). Quinto, il 90% dell’occupazione aggiuntiva è nella fascia di età over 50, ulteriore evidenza del “successo” della Legge Fornero e del fallimento del Jobs Act che ha sprecato 20 miliardi di euro per decontribuzione a pioggia per l’assunzione a tempo indeterminato dei giovani. Come ripetiamo da inizio legislatura e indichiamo nel programma di Liberi e Uguali, l’unica strada per la piena e buona occupazione sono gli investimenti pubblici in piccole opere: un green new deal.

Istat: dati su lavoro contraddicono Jobs Act. Servono investimenti pubblici

Sarebbe utile che i vari esponenti del Governo, commentatori intermittenti dei dati su occupazione, leggano i comunicati ISTAT prima di intervenire. Se leggessero dovrebbero tacere sugli effetti positivi del Jobs Act. Innanzitutto, aumentano gli occupati, non i posti di lavoro. Secondo la definizione Eurostat, si è “occupati” se si  svolge almeno un’ora di lavoro nella settimana della rilevazione. Inoltre, i dati contraddicono radicalmente gli obiettivi del Jobs Act: primo, l’aumento degli occupati è concentrato sui contratti a tempo determinato; secondo, i contratti a tempo indeterminato riguardano gli ultra cinquantenni a causa della Legge Fornero, mentre il numero degli occupati delle coorti più giovani è fermo. Infine, si tratta larghissimamente di lavoro povero. L’analisi propagandistica del Governo è particolarmente preoccupante in vista della Legge di Bilancio per l’autunno: nonostante il clamoroso fallimento dei 25 miliardi di euro impegnati dal 2015 e 2016 sulla decontribuzione per i cosiddetti “contratti a tutele crescenti”, la proposta chiave è ancora una volta la decontribuzione. Per promuovere buona o piena occupazione, sono invece necessari investimenti pubblici in piccoli cantieri, da finanziare in deficit, come proponiamo da anni.

Lavoro: Poletti rimuove fallimento

Ancora una volta, sulle prospettive dell’occupazione in Italia, le reazioni del governo sono preoccupanti quanto i dati. I dati, in particolare l’impennata dei contratti a tempo determinato e la concentrazione dell’aumento degli occupati tra gli ultra cinquantenni, continuano a contraddire radicalmente gli onerosissimi obiettivi del Jobs Act.
Le reazioni del Ministro Poletti dimostrano la rimozione del fallimento dell’azzeramento dei contributi sociali disposto nel 2014 per il triennio successivo e costato circa 20 miliardi di euro.
Caro Ministro, per la buona occupazione sono necessari investimenti pubblici in piccoli cantieri, anche in deroga al Fiscal Compact, non riproporre la decontribuzione per i giovani.

Centrosinistra: chi sta dalla parte del lavoro non può stare con il Pd

Nel Pd è scoppiata la voglia di “guardare a sinistra”, dopo l’ennesimo colpo elettorale. È imbarazzante il tasso di strumentalità e di politicismo della discussione. Il Pd è quello che rivendica il Jobs Act, la legge sulla scuola, le trivellazioni svincolate, la revisione costituzionale e il consultellum approvato con la fiducia. Il Pd è quello che ha calpestato democrazia e diritti del lavoro prima cancellando i voucher con decreto per evitare referendum e poi reintroducendoli con la fiducia. Il Pd è quello contro cui saranno in piazza a Roma centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori sabato prossimo. Per un minimo di serietà e coerenza chi vuole rappresentare il lavoro, la giustizia ambientale e la democrazia costituzionale non può avere alcuna interlocuzione elettorale con il Pd, con o senza primarie. Basta politica di Palazzo.

PD: Renzi vuole evitare il Referendum sul Jobs Act. Il governo fissi una data

La consolatoria relazione del Segretario nazionale del Pd e le clamorose rimozioni in essa contenute non sono affare nostro finché le scelte di questo partito non sono di impatto con  il diritto dei cittadini al voto. Il referendum su voucher e responsabilità solidale dell’appaltatore va celebrato al più presto. I quesiti proposti dalla Cgil sono stati sottoscritti da oltre un milione di persone. Siano rispettate! È comprensibile che il Pd abbia timore del voto popolare, ma sarebbe inaccettabile seguire la proposta di Matteo Renzi di arrivare a qualche marginale modifica alle norme per evitare il referendum. Il Governo non perda altro tempo.fissi la data del voto.