Jobs Act: Governo Fissi al più presto una data per il referendum. No a correzioni dell’ultima ora

Alla luce della sentenza della Corte Costituzionale sui quesiti referendari promossi dalla Cgil per cancellare i voucher e per reintrodurre la responsabilità solidale appaltatore-subappaltatore, il Governo fissi al più presto la data per lo svolgimento del voto. Ancora meglio se, come ha fatto lo scorso anno per il referendum sulle trivelle, il voto viene fissato nella prima domenica utile, così da lasciare aperta la possibilità di andare al voto politico appena approvata la legge elettorale. Il Pd non tenti in Parlamento di approvare qualche correzione marginale alla normativa oggetto dei quesiti. Sarebbe uno scippo inaccettabile del diritto dei cittadini di esprimersi. Infine la bocciatura del quesito sull’art. 18 non fermerà la nostra iniziativa dentro e fuori il parlamento per eliminare un intervento regressivo per le condizioni del lavoro.

Jobs Act: Un fallimento. Non basta qualche aggiustamento per evitare il Referendum

Sulla valanga di voucher generati dal JobsAct, il governo fa finta di trovarsi di fronte a un evento inaspettato e imprevedibile, mentre è stato facilmente e largamente previsto. Come è stato previsto il costosissimo (circa 18 miliardi) effetto effimero dei contratti a cosiddette tutele crescenti e l’impennata dei licenziamenti per giustificato motivo. Quella che è stata raccontata dall’ex Presidente del Consiglio e dalla sua corte come “la riforma più di sinistra” si è rivelata in pochi mesi nella sua natura liberista, finalizzata alla precarizzazione e svalutazione del lavoro. Ora non basta qualche aggiustamento a margine per evitare i referendum. Il Jobs Act va eliminato. In un Paese normale i protagonisti politici e tecnici dovrebbero assumersi le responsabilità del fallimento.

Cari Gianni, Enrico, Giuliano : Uniti per fare cosa? Unica condizione per un confronto è sconfitta revisione costituzionale

La categoria dei pontieri della sinistra si arrichisce ogni giorno di grandi personalità. I barbari sono alle porte. Dobbiamo stare uniti. Tutti a difendere la cittadella assediata. La revisione costituzionale è regressiva e debilita funzioni di garanzia e autonomie territoriali? Non importa, il pericolo è l’instabilità, tanto governeremo sempre noi, insieme all’establishment.
Caro Gianni, caro Giuliano, caro Enrico, uniti per fare che cosa? Uniti per il Jobs Act, per la cosiddetta “Buona scuola” o le trivelle facili? Uniti per chi vuole il Ttip e considera un intralcio il voto dei parlamenti nazionali?
Uniti con chi continua a applicare un’agenda neo-liberista sempre più soffocante, ma finge di essere altro e toglie la bandiera della Ue oramai fuori moda? Con grande rispetto vorrei dire a Gianni Cuperlo, Giuliano Pisapia ed Enrico Rossi che l’unità senza radicali discontinuità sull’euro, sul lavoro, sulla scuola pubblica, sulla Sanità, sulla democrazia spalanca le porte alle forze regressive. Come si può non vedere che il popolo delle periferie ha abbandonato la sinistra storica perché la sinistra storica è stata subalterna e corresponsabile dell’agenda neoliberista, dell’euro e del mercato unico, scelte che hanno umiliato il lavoro e marginalizzato larga parte delle classi medie?
Senza radicali discontinuità l’unità inibisce ogni possibilità di ricostruzione di una forza politica dalla parte del lavoro. La condizione per aprire un confronto costruttivo è la sconfitta della revisione costituzionale, tappa conclusiva di un percorso regressivo.
La vittoria del si rafforzerebbe un impianto economico, sociale e politico insostenibile e allargherebbe la faglia tra il Pd e il popolo delle periferie. La sinistra deve stare dalla parte giusta della faglia.

Se la sinistra è quella dell’establishment, vince la destra. Serve una svolta radicale

Intervista di Fanpage.it

Fanpage ha intervistato Stefano Fassina, deputato di Sinistra Italiana, che con noi ha affrontato i temi del risultato delle elezioni americane con la vittoria di Trump.

“La vittoria di Trump è un evento storico come la caduta del muro di Berlino – dice Fassina – ed è la seconda fase di un processo iniziato con la Brexit”. “La sinistra deve ritornare a parlare a quel popolo che dovrebbe rappresentare e che oggi la vede come complice di scelte che ne hanno peggiorato le condizioni di vita”.

Ma come si battono le destre? “Oggi bisogna recuperare radicalità che non vuol dire estremismo ma andare alla radice dei problemi – spiega il deputato di Sinistra Italiana – l’unico vero radicale è Papa Francesco, il Pd e le socialdemocrazie non sono degli interlocutori basta guardare in Francia dove oggi Hollande non andrebbe nemmeno al ballottaggio”.

Sul referendum del prossimo 4 dicembre, Sinistra Italiana ha promosso un appello sottoscritto da 800 amministratori locali a favore del No contro la riforma del titolo V della costituzione: “E’ un referendum contro il governo Renzi perché viene dopo il “Job Act”, la “Buona Scuola” e lo “Sblocca Italia” – sottolinea Fassina – non è un problema di personalizzazione perché la riforma si inserisce pienamente nelle politiche del governo”.

Infine sul congresso fondativo di Sinistra Italiana che si terrà il prossimo febbraio: “Non puntiamo a mettere insieme i cocci di una sinistra che si è rotta ma vogliamo raccogliere le energie migliori che oggi sono ai margini della politica e farle diventare classe dirigente della sinistra”.

Lavoro: Dati INPS confermano fallimento Jobs Act. Voltare pagina con legge di bilancio

I dati INPS di oggi sul mercato del lavoro, relativi a luglio scorso, forniscono un’ulteriore conferma del segno regressivo del Jobs Act: la variazione dei contratti a tempo indeterminato, dopo la riduzione dei costosissimi incentivi (circa 10 miliardi di euro per le attivazioni del 2015) torna al livello negativo del 2014, ma i contratti ora sono senza tutela per il licenziamento ingiusto; la liberalizzazione dei voucher genera una valanga sempre più grande di precarietà; la cancellazione dell’art 18 aumenta i licenziamenti e spinge alla riduzione delle retribuzioni. Sono i risultati inevitabili, previsti dai soliti gufi, delle “riforme” di stampo liberista così apprezzate dalla Cancelliera Merkel. La buona occupazione si promuove con gli investimenti, in particolare pubblici in una fase di lunga stagnazione. La Legge di Bilancio deve servire a girare pagina con un social compact dedicato agli interventi per la messa in sicurezza idrogeologica e sismica dei territori. Il Governo Renzi invece continua con i bonus elettorali.

Aspettiamo un discorso serio dal Governo sulle sempre più preoccupanti condizioni della nostra economia

Quando arriverà dal Governo un discorso serio sulle sempre più preoccupanti condizioni della nostra economia? Purtroppo, anche oggi soltanto propaganda. L’aumento dell’occupazione a tempo indeterminato non ha nulla a che vedere con il JobsAct e poco e in via transitoria dipende dalle costosissime decontribuzioni per i neo assunti a tempo indeterminato. I 308.000 occupati “permanenti” in più registrati tra giugno ’15 e giugno ’16 sono concentrati tra gli ultra-cinquantenni e si spiegano con la Legge Fornero. Inoltre, qualcuno dovrebbe spiegare al Presidente del Consiglio che, per il periodo giugno ’15-giugno ’16, l’aumento delle ore lavorate del 2,1%, contestuale a un aumento del Pil dello 0,8%, implica che la produttività si è ulteriormente ridotta dell’1,3%.
Continuare con caduta della produttività e aumento del lavoro precario vuol dire andare a sbattere. La Nota di Aggiornamento al Def può essere l’occasione per fare finalmente un’operazione verità e incominciare a correggere rotta?

I Dati ISTAT confermano il fallimento del jobs act

I dati ISTAT di oggi sulle condizioni del mercato del lavoro confermano il fallimento del cosiddetto Jobs Act e del pacchetto di decontribuzione previdenziale di circa 15 miliardi nel triennio voluto dal governo Renzi: da Gennaio 2015 al Luglio scorso, gli occupati a tempo indeterminato sono aumentati di circa 376.000 unità, ma l’aumento riguarda soltanto la fascia di età superiore ai 50 anni ed è dovuto al brutale innalzamento dei requisiti per il pensionamento determinato dalla Legge Fornero. Più in generale si conferma il fallimento della politica economica dell’eurozona alla quale il governo è allineato, al netto di qualche decimale di deficit conquistato per finanziare bonus elettorali. Per rianimare e qualificare la ripresa è necessario aumentare la spesa per investimenti pubblici di un punto percentuale di Pil all’anno (circa 18 miliardi) per un triennio: per la messa in sicurezza antisismica del patrimonio immobiliare nazionale, per la ricostruzione post terremoto e per un piano industriale per la mobilità sostenibile. È necessario archiviare il fiscal compact per un social compact in Italia e nell’eurozona.

Lavoro: L’effetto reale del Jobs Act è l’esplosione dei voucher

Sul mercato del lavoro, anche oggi è arrivata la dose mensile di propaganda del Governo. Il Presidente del Consiglio celebra i miracolosi effetti del Jobs Act, ma i dati ISTAT ne certificano il sostanziale fallimento, nonostante gli oltre 10 miliardi di euro spesi per la amplissima decontribuzione sui contratti ‘a tutele crescenti’. A giugno scorso, l’aumento mensile di 71mila occupati è dovuto soltanto all’occupazione indipendente (+78.000), mentre l’occupazione dipendente è diminuita di 7.000 unità. Tra giugno 2015 e giugno 2016, l’occupazione dipendente a tempo indeterminato è aumentata di 20.000 unità, ma l’aumento è concentrato tra gli over 50 (complessivamente +264.000 unità), afflitti come noto dalla ‘Riforma Fornero’ che ha bruscamente innalzato l’età per il pensionamento. In sintesi, l’effetto reale del Jobs Act è l’esplosione dei voucher.

Intervista a Stefano Fassina:La ripresa? Solo propaganda.

C’era una volta la sinistra plurale. Emozionava i cuori, folgorava le menti. Raggrumava istanze modernizzanti, percezioni del divenire, mille sensibilità diffuse sul territorio: percorsi, sentimenti, passioni forti, iceberg della società liquida.

Poi arrivò un segretario-premier, “uomo solo al comando”, la lettura del reale divenne elitaria, “particulare” e fu il black-out: tutto mutò dna: i linguaggi divennero una Babele, la semantica s’intorbidò. Il dialogo, che dopo la fine del centralismo democratico era una ricchezza, fu formattato e chi portava una visione “altra” derubricato a “gufo e rosicone”.

Il Pd divenne un monolite. Per poter dire “qualcosa di sinistra”, difendere un’identità, una memoria, una storia, una bozza di futuro, restava la diaspora. Come quella toccata all’economista (viceministro del governo-Letta) Stefano Fassina, Sinistra Italiana.

Domanda. On. Fassina, si dice: meglio avere torto nel partito che ragione fuori, lei non condivide? 
Risposta. Questa affermazione presuppone l’esistenza di un partito, cioè di valori condivisi, di pluralità di culture e di opinioni, di organismi dirigenti dentro cui confrontarsi e strutture di base che organizzino in modo permanente la partecipazione degli iscritti e dei cittadini.
Il Pd, oggi, non è questo tipo di partito, ma è un partito plebiscitario, composto da comitati elettorali che si legittimano l’un l’altro dando fedeltà all’uomo solo al comando.
Non è proprio possibile esercitare il proprio “torto” in una macchina politica come il Pd. Per di più diretta da un capo che ha allontanato il partito dalla rappresentanza delle forze popolari e del lavoro, per favorire e rappresentare i ceti più forti e gli interessi dominanti. E poi, cosa non irrilevante, non sopporta nessun contributo politico che non sia la ripetizione della sua propaganda.

D. Premier e segretario: non si rischia di far svaporare il Pd dai territori?
R. Certamente, ma non solo. Alla luce dell’esperienza di questi anni, l’aver sommato nella stessa persona la carica di segretario con quella di premier si è rivelata una regola sbagliata e dannosa: forte concentrazione di potere nelle mani di un uomo solo al comando che condiziona enormemente il libero confronto interno, determinando dominio sulle donne e gli uomini che fanno parte delle strutture dirigenti.
Le diversità di posizioni politiche nel partito, poi, vengono automaticamente considerate critica al governo e, poiché l’esecutivo “deve” essere difeso a ogni costo, le eventuali differenti opinioni politiche non si possono sviluppare in Parlamento e nel Paese. Il risultato è la restrizione oggettiva della libertà politica.

D. Jobs Act, buona scuola, Rai: come leggere il riformismo di Renzi?
R. Alla domanda vorrei rispondere con una domanda, una serie di domande, ma poste a Renzi e al Pd. Come possono dire che il Paese aspettava da decenni le riforme giuste per rimettersi in carreggiata e che finalmente ora può rialzare la testa? O meglio, come possono dirlo ai 20mila insegnanti di asilo nido di cui hanno bocciato l’assunzione, come avevamo proposto noi con la Legge di Stabilità? Come possono dirlo ai milioni di pendolari che ogni giorno vengono esasperati dai disservizi del trasporto pubblico, dopo aver bocciato 1,3 miliardi di investimenti sulle ferrovie locali? Come possono dirlo agli sfrattati, alle famiglie che dormono sulla strada, mentre continuano a mettere in vendita il patrimonio edilizio pubblico, pur in presenza di una gravissima emergenza abitativa? Come possono dirlo ai giovani che continuano a non trovare lavoro?
O forse considerano una riforma epocale e giusta l’eliminazione della Tasi per tutti? Sul 10 per cento delle abitazioni di maggior valore si perde un miliardo e mezzo di gettito che si sarebbe potuto utilizzare per un fondo contro la povertà, per istituire un reddito di dignità, o come lo vogliamo chiamare, per dare una risposta a quei 4 milioni e mezzo di italiani poveri. Poveri, secondo le analisi statistiche, “assoluti”.
In buona sostanza, proprio il Jobs Act, l’intervento regressivo sulla scuola, lo sblocca trivelle, la sottomissione della Rai all’esecutivo, la piegatura plebiscitaria della Costituzione sono le cause della rottura del centro sinistra a livello nazionale.

D. Unioni civili: l’adozione del figlio del partner va bene, ma l’utero in affitto è ridurre la donna a fattrice, a oggetto, sfruttarne il corpo, archetipo estraneo alla storia della sinistra…
R. I diritti civili, i diritti individuali, sono sacrosanti. Tuttavia non possono essere categorici. Mi spiego. Il ddl Cirinnà è una buona legge e va approvata. Non dobbiamo fare una guerra ideologica, lo dico a tutti quelli che ritengono che si debba fare un passo avanti sul fronte dei diritti, perché non rappresenta una minaccia per i diritti di altri, quelli per esempio delle famiglie cosiddette tradizionali. Il rischio, semmai, è che il ddl passi annacquato.
Una riflessione successiva, invece, la merita il tema della maternità surrogata, come suggerito già da Pier Luigi Bersani col quale sono pienamente d’accordo. L’utero in affitto va oltre il limite dei diritti individuali i quali, dicevo, non possono essere assoluti: credo si debbano fermare davanti al corpo di una donna che rischia di essere non rispettato.

D. Decreto salva-banche: non era meglio salvare i risparmiatori bidonati con le obbligazioni subordinate?
R. Il governo ha subìto gli eventi, ha subìto una posizione della Commissione Europea alla quale era meglio resistere. L’intervento di salvataggio si sarebbe dovuto fare utilizzando il fondo di garanzia, per poter tutelare almeno una parte degli obbligazionisti che invece poi hanno dovuto subire l’azzeramento del loro capitale. D’altronde, anche in questo caso, è diventato evidente ciò che era emerso già all’inizio dell’anno con il decreto sulle banche popolari: un conflitto d’interessi che non riguarda soltanto la ministra Boschi, e che deve essere affrontato.
Al di là del passaggio parlamentare che riguarda Maria Elena Boschi, noi abbiamo chiesto al governo di mettere all’ordine del giorno della Commissione Affari costituzionali della Camera il disegno di legge per regolare il conflitto d’interessi. Ma il governo da mesi lo tiene fermo; ripeto, va messo all’ordine del giorno perché c’è un buco nella normativa italiana, buco che va riempito in modo sistematico e senza dover aspettare il prossimo caso, il prossimo scandalo. Studieremo con attenzione l’accordo appena raggiunto tra governo italiano e commissione europea sulla cosiddetta bad bank.

D. Ma la ripresa c’è o è propaganda?
R. C’è una debolissima ripresa al di sotto delle esigenze e delle potenzialità che esprime l’Italia. L’unica forte ripresa che c’è è quella della propaganda di Renzi, che al momento sembra inarrestabile. Lui, lo sappiamo, tende a dare del “gufo” a chi la pensa diversamente, a chi non è d’accordo. Questi dati economici gli dovrebbero consigliare uno stile diverso, non si possono disconoscere gli elementi di realtà. Quando alcuni di noi sottolineano che le cose non vanno bene, lo fanno per trovare soluzioni e non per gettare il malocchio. Ma lui è l’uomo solo al comando…

D. Il referendum sulle riforme costituzionali si sta enfatizzando come fosse l’Apocalisse, personalizzandolo troppo…
R. Il referendum costituzionale è una questione molto seria perché la controriforma imposta dal governo al Parlamento è sbagliata e dannosa, sia per il metodo che per il merito.
Nel Manifesto fondativo del Pd si dice chiaramente che il partito non avrebbe fatto mai nessuna riforma costituzionale a maggioranza governativa.
Agendo in questo modo, invece, Renzi straccia il “manifesto dei valori”, come ha stracciato il programma elettorale sul quale sono stati eletti i parlamentari del Pd.
E oggi ci troviamo davanti a una possibile revisione della Costituzione, revisione che è già invecchiata prima ancora di nascere, se e quando nascerà. Nessuno sa ancora dove andremo a parare, tutto è stato rinviato e si fa finta di niente. È stata rinviata la diminuzione del numero delle Regioni, il Senato doveva essere cancellato… Il numero dei deputati è sempre lo stesso: abbiamo una Camera di 630 membri che non ha pari in nessun Parlamento europeo. E il governo promette “… adesso ci rimettiamo le mani, vedrete che ce la faremo, altrimenti andremo a casa…”, ma intanto si va avanti così.

D. Senato non elettivo, deputati nominati: la democrazia declina verso qualcos’altro?
R. Il modello che si vuole realizzare è quello di una democrazia regressiva sul terreno delle regole e sul terreno sociale. Una nuova forma di governo attraverso l’Italicum e la revisione del Senato rappresenta un arretramento della democrazia, mi sembra evidente, perché il sistema italiano diventa un presidenzialismo di fatto, nel quale sono molto indeboliti i poteri di garanzia.
Siamo tutti d’accordo sul superamento del bicameralismo paritario e che dovrà esserci una sola Camera a dare la fiducia al governo. Ma attraverso il premio di maggioranza dell’Italicum, si conferisce a un partito – anche se di significativa minoranza – il 55 per cento dei deputati, tre quarti dei quali sono nominati dalla segreteria. E intanto il Senato è composto da membri nominati: la risposta mi sembra evidente.

D. Se si mette in discussione Schengen l’Italia sarà invasa dai migranti… 
R. La questione dell’immigrazione è un dato epocale che attiene alla situazione di guerra in tutta l’area medio orientale e dell’Africa subsahariana, zone colpite dalla povertà, dalla siccità e dallo sconvolgimento del clima, dalla destrutturazione sociale, economica, politica di quei Paesi, operata da noi occidentali.
Possiamo dire che è un pezzo di continente che si muove con drammi inumani per bambini, donne e uomini. Esodo che nessun muro potrà mai fermare, soprattutto muri che non possono – come nel caso dell’Italia e della Grecia – essere eretti sul mare. Chiudere le frontiere, rimettere in pista i respingimenti non risolve la questione, ma l’acutizza. Occorre muoversi su più livelli contemporaneamente. Governare l’emergenza con un’accoglienza solidale, un’accoglienza intelligente, da non far pagare alle fasce più povere.
Intervenire per combattere il terrorismo, ma prima ancora che sul campo di guerra, andando a colpirlo sul terreno dei finanziamenti cui attinge, in altre parole tagliando la via della vendita di contrabbando del petrolio e delle opere d’arte, chiudendogli l’accesso alle forniture di armi.
Lavorare sul disagio sociale delle giovani generazioni che vengono conquistate dalle farneticanti predicazioni integraliste, soprattutto nelle periferie degradate delle metropoli europee, e frenare così il dilagante fenomeno dei foreign fighter.
Impostare uno straordinario intervento per lo sviluppo sostenibile e duraturo, proponendo che gli aiuti di 100 miliardi di dollari, previsti dal COP21 di Parigi per l’Africa e il Medio Oriente, vengano dati immediatamente, prima cioè del 2020.

D. Cosa vuol dire “Non abbiamo interlocutori”, che non c’è autorevolezza né credibilità?
R. Il Pd non è più l’interlocutore per portare avanti le battaglie di sinistra. E’ semplice. Il nostro obiettivo è fare una sinistra di governo che si misuri con la crisi del socialismo europeo. Un progetto ambizioso? Certo, ma spiegarlo non è difficile: il Pd si è riposizionato, anche nei termini degli interessi che vuole rappresentare, sempre più attento all’establishment, agli uomini della finanza internazionale che invadono le amministrazioni pubbliche, è subalterno a una politica economica che non funziona ed è ingiusta.
Noi invece rimaniamo coerenti con un programma che guarda al lavoro, all’uguaglianza, alla giustizia sociale, alla solidarietà e alla sostenibilità ambientale.
Il Pd è andato da un’altra parte…

D. Per Renzi il voto alle Comunali non va politicizzato: furbizia levantina o odor di sconfitta?
R. Il voto amministrativo vale per eleggere governi locali e, quindi, non va enfatizzato. Diversi saranno però gli elementi di valutazione politica di carattere generale, che saranno a disposizione dopo l’apertura delle urne. Quale sarà, per esempio, l’effetto elettorale della rottura dell’alleanza del centro sinistra voluta da Renzi? Come procederà la costruzione del partito della nazione rappresentata dai candidati renziani a Milano, Roma, Torino, Bologna e Napoli?
Altro dato da verificare sarà la qualità, la quantità e la tenuta delle forze che avranno sostenuto le liste che si richiamano alla sinistra italiana.

D. Un premier non eletto dal popolo, “nominato”, quando andrà in crisi non troverà nessuno a difenderlo in piazza, non avendo fidelizzato nessuno…
R. Qui sarei più cauto nelle previsioni. L’azione di Renzi è quella di creare un consenso personale radicato nelle forze laiche che si dicono moderate e in una parte di quelle cattoliche. Forze che nella storia d’Italia hanno sempre avuto una forte base di massa. E’ un copione che purtroppo abbiamo già visto: un po’ di decisionismo alla Fonzie, scanzonato, ma spesso irrispettoso delle regole e delle convenzioni, ottimismo sbandierato sempre e comunque nonostante tutto, strizzatine d’occhi e pacche sulle spalle.
In altre parole, ha elevato a stile politico quel “ghe pensi mi” imprenditoriale che ci siamo appena lasciati alle spalle, rimodellando in senso personalistico partito e governo.
Il tutto contando su un uso smodato degli organi d’informazione: facendo lo zapping  si trova sempre lo stesso tormentone pubblicitario.

D. De Bortoli fece intravedere uno sfondo massonico di Renzi e il suo governo: condivide? 
R. De Bortoli è persona seria e informata. E mi sembra che non sia l’unico ad aver intravisto “gonnellini”. Poi, di fronte alle più recenti notizie, anche se al momento ancora a livello di illazioni o sospetti – a proposito di certi ambienti  verdiniani o più specificamente aretini – c’è di cui preoccuparsi, direi…

D. Si voterà nel 2018?
R. Se si parla di elezioni, al momento sono concentrato su quelle per il sindaco della Capitale. La ricostruzione morale, economica e politica di Roma è un’impresa ciclopica. E’ necessaria innanzitutto una radicale discontinuità con il mitizzato “Modello Roma”, compromesso al ribasso tra politica e interessi forti della città. Noi siamo quelli di “Ascoltiamo Roma”. Ci siamo sintonizzati con la città, con i romani e intendiamo rimanere sintonizzati, per scrivere insieme il programma che non sarà soltanto elettorale, ma durerà tutto il mandato.

 

di Francesco Greco