Roma: Linee di programma prima delle primarie

Grande eccitazione nel Pd di Roma e dintorni, fioriscono candidature a Sindaco, per l’annuncio della data per le primarie. Comprensibile. Almeno si sblocca uno stallo sempre piu’ grave. Ma le primarie, insisto, non sono un episodio di X-Factor. Per avere senso, devono avvenire lungo linee politiche e programmatiche condivise. Sinistra per Roma, dopo aver proposto alla coalizione punti prioritari a Novembre scorso, continua a chiedere un confronto aperto e partecipato dalle migliori energie sociali della Capitale per verificare se, per la coalizione in fieri, l’avversario da sconfiggere e’ la destra o la Sindaca Raggi; se mettiamo al centro la drammatica questione sociale squadernata in citta’, a partire dal lavoro da internalizzare e dal diritto all’abitare da garantire; se puntiamo a ristrutturare e rilanciare le aziende municipali come volano di sviluppo e di welfare o cediamo alle privatizzazioni. Sono soltanto alcuni esempi. Da affrontare prima delle primarie: per offrire alla citta’ stremata e disorientata una proposta politica seria e una rinnovata e adeguata classe dirigente.

Roma 2021: Raccogliamo proposta a Pd e LeU dei consiglieri M5s Roma,

Va raccolta la proposta rivolta oggi a Pd, LeU e soggetti progressisti da 4 consiglieri capitolini, presidenti ed ex presidenti di commissione.
E’ utile, anzi necessario, per affrontare i problemi strutturali della nostra citta’ aprire un confronto programmatico tra tutte le forze politiche, sociali e culturali progressiste disponibili. I colleghi Iorio, Stefa’no, Sturni e Terranova, con coraggio e intelligenza, individuano la base reale, non politicista, per declinare nella Capitale l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile tra M5s, Pd e LeU, indicata dal Presidente Conte e avviata in Parlamento nella difficile fase del governo Draghi. Apriamoci al confronto. La sfida per Roma e’ impegnativa e ci sono straordinarie energie morali e culturali oltre il perimetro del centro-sinistra storico.

Il Pd, i 5 stelle e il boomerang del Mes

Il voto di domenica e lunedìscorsi può trasformare l’accordo emergenziale e improvvisato, raggiunto un anno fa in chiave anti-Salvini, tra Pd e M5S in una incisiva prospettiva “di fase” per la ricostruzione morale, economica e sociale dell’Italia.

Le responsabilità ricadono su entrambi i protagonisti del governo Conte II: M5S e Pd. Il Movimento 5 stelle deve riconoscere che il suo “momento populista” è superato: non funziona più la narrazione “basso contro alto”, “popolo contro casta”, “cittadini contro establishment”. Lo spazio politico, dopo le sollecitazioni del decennio alle nostre spalle, ha ripreso, come un tessuto memory, la forma naturale destra – sinistra per diversi ordini di ragioni.

Primo, perché il populismo della destra nazionalista si è auto-definito e affermato in quanto tale, con una fortissima connotazione ideologica e identitaria. Così, ha inevitabilmente spinto la percezione pubblica dell’altro da sé come “sinistra”, sopratutto dopo la traumatica rottura tra la Lega e i grillini e la fine del Governo Conte I.

Secondo, perché l’esperienza di governo, a livello nazionale e comunale, implica, anche a propria insaputa, la “promozione” a establishment: Palazzo Chigi, i vertici europei, le apparizioni alle assemblee padronali, i workshop Ambrosetti a Cernobbio, la scorta, le auto blu, l’attenzione mediatica anche nella dimensione privata fanno classe dirigente.

Terzo, perché quando si governa si deve scegliere tra interessi diversi e si è costretti a riconoscere che “il” popolo non esiste in quanto entità mitica e indifferenziata, intrinsecamente protesa al bene comune. Pertanto, “il” popolo non può essere rappresentato da un solo avvocato, ma necessita di tanti avvocati perché, nelle società moderne e democratiche, è in realtà un coacervo sociale attraversato da conflitti e contraddizioni e impone scelte tra interessi diversi: quando al governo della Repubblica approvi il Decreto Dignità a salvaguardia della fascia di popolo composta da lavoratori e lavoratrici precarie e sfruttate, entri in conflitto con la fascia di popolo degli imprenditori, anche piccoli, stressati dalla competizione al ribasso imposta dal mercato unico europeo.

Quando, da sindaca della Capitale, lisci il pelo al popolo romanista, oltre che ai grandi interessi finanziari e immobiliari della tua città, con il Sì al business park mascherato da stadio della A.S. Roma a Tor di Valle fai un frontale con il popolo ambientalista, giustamente contrario all’ennesima speculazione edilizia.

Insomma, nelle società complesse, il populismo, inteso inteso in senso tecnico a la Laclau e Mouffe, è intrinsecamente effimero, funziona all’opposizione, ma per costruzione, al governo, non può preservare il livello di consenso maturato prima (vedi anche la vicenda di Podemos e, sebbene geneticamente diversa, anche di Syriza e finanche La France Insoumise).

Il “tradimento” delle promesse elettorali da parte della “casta” non origina sempre e comunque dalla carenza di onestà o dal servilismo amorale ai “poteri forti”. Può discendere da rapporti di forza economici e mediatici squilibrati.

Infine, perché il Covid-19 ha accelerato, non determinato, il ri-orientamento dei sentimenti, prima ancora delle domande, delle periferie sempre più sofferenti: dalla rabbia iconoclasta, alla delusione, alla attesa di risposte efficaci a migliorare condizioni materiali di vita insostenibili.

In sintesi, esiste la crisi di identità denunciata ieri da Alessandro Di Battista e rilevata anche nelle analisi dei flussi dell’Istituto Cattaneo (in alcune regioni, al non voto sono finiti, domenica e lunedì, 50 dei 100 voti raccolti dal M5S nelle elezioni europee del 2019). Ma non deriva, in radice, da fattori soggettivi ed errori, pur presenti. È fisiologica. Ovviamente, la qualità della classe dirigente rileva, ma è fattore esplicativo di secondo ordine.

Nella fase in corso, M5S dovrebbe continuare a dedicarsi alla missione di soccorso alle fasce escluse e colpite dalla globalizzazione e dall’europeismo liberista. Ma dovrebbe farlo nel campo alternativo alla destra nazionalista, in alleanza con il Pd, scivolato nell’ultimo trentennio a rappresentare le fasce sociali progressiste delle Ztl: chiara collocazione e salda rappresentanza delle sue constituency.

Quindi, no al Mes, ma non per ragioni ideologiche, come se l’ideologia fosse estranea ai petulanti invocatori dei “soldi gratis” o del ricatto sul Servizio Sanitario Nazionale. Il Mes è un pessimo affare per l’Italia per robuste ragioni di merito più volte documentate anche qui.

Sarebbe sufficiente per archiviarlo constatare che nessuno dei 17 Stati europei richiedenti il Sure (il programma di sostegno al reddito per i disoccupati), quindi interessati, seppur meno di noi, a risorse finanziarie a costi inferiori a quelli di mercato, abbia previsto di accedere o fatto istanza di accesso al Mes sanitario.

Per finanziare il SSN deve intervenire la banca centrale, come avviene ovunque in uno scenario di economia di guerra, zavorrata da un debito superiore al 160% del Pil. Quindi, no al Mes in quanto riduce lo spazio negoziale del governo nella riscrittura, a Bruxelles, delle regole per la finanza pubblica, per il credito, per la moneta e per i mercati e consolida un’interpretazione del vincolo esterno avversa al lavoro subordinato e autonomo e alla micro e piccola impresa dipendente dalla domanda interna.

Certo, in politica esiste sempre un ventaglio di opzioni. Il M5S potrebbe insistere a voler stare in un terzo campo, né di destra, né di sinistra, come alle origini. Si condannerebbe, però, all’estinzione.

Per l’altro pilastro del governo, il Pd, il compito è altrettanto impegnativo, a giudicare dalle dichiarazioni dei suoi esponenti di punta nel post voto. Dovrebbe rifuggire dalla tentazione dell’autosufficienza, dell’autolesionistica vocazione maggioritaria. Dovrebbe avere consapevolezza dei suoi limiti strutturali a rappresentare le periferie culturali, economiche e sociali. Dovrebbe riconoscere le specificità elettorali dell’Emilia Romagna e della Toscana. Dovrebbe leggere bene i dati della vittoria in Puglia e Campania. Lí, non “ha vinto da solo”, ma con un articolato insieme di micro-poteri e relativo ceto politico territoriale, irriproducibile a scala nazionale. Lí, un M5S fuori partita è stato falciato, ma ha comunque raccolto il 10-11% dei consensi. Il vertice del Pd dovrebbe superare il complesso, ereditato dal PCI, da “figlio di un dio minore”, in perenne deficit di legittimazione politica e evitare di sottomettersi agli esami di “senso di responsabilità nazionale” richiesti, ancora una volta, dagli interessi più forti e dai loro giornali.

L’europeismo subalterno del Pd allarga la faglia nella sua capacità di rappresentanza oltre il recinto delle classi medie integrate nei flussi finanziari, economici e culturali globali e impedisce la coltivazione del campo comune con il M5S. Un’impuntatura del gruppo dirigente del Nazareno sul Mes per dimostrare a lor signori che “ha coraggio” e controlla l’agenda del governo Conte II sarebbe un boomerang, un atto in radicale contraddizione con l’investimento avviato, la saggia linea praticata finora, inclusa la difficile scelta per il Sì al referendum, e il lavoro politico di fase da compiere.

Articolo tratto dall’Huffington Post

Governo: (Patria e Costituzione), consolidiamo alleanza tra M5s e Pd

Abbiamo appena concluso la seconda edizione della scuola di formazione politica promossa da Patria e Costituzione e Senso Comune. Nell’assemblea finale abbiamo affrontato i principali nodi politici di fronte a noi. Vi riporto il passaggio centrale dell’odg. Il testo completo e i video di tutti i panel della scuola saranno a breve su www.patriaecostituzione.it
“Noi ci collochiamo nel campo di forze largo, oggi espresso dalla maggioranza a sostegno del Governo Conte, alternativo al versante nazionalista: siamo consapevoli che è una maggioranza improvvisata e emergenziale, segnata da grandi limiti e contraddizioni, ma siamo altrettanto consapevoli che, ogni alternativa possibile, sarebbe un grave arretramento su ogni piano. Vogliamo lavorare a qualificarla e consolidarla a tutti i livelli di governo: non può sopravvivere in chiave di argine ai ‘fascisti alle porte’. Deve coltivare l’alleanza sociale tra lavoro subordinato e autonomo, classe media impoverita delle periferie e quella progressista della Ztl. Il lavoro è lungo e difficile: le elezioni regionali e il referendum costituzionale sono un passaggio rilevante, come lo saranno le elezioni amministrative del 2021 in migliaia di comuni e nelle quattro più grandi metropoli italiane. Al tal fine, intendiamo aprire un confronto diretto con il M5S è il Pd sui temi distintivi della nostra iniziativa politica: la centralità del lavoro e delle lotte per la conversione ecologica, una maggiore attenzione all’interesse nazionale dell’Italia nel contesto europeo, mediterraneo e internazionale, il rilancio del Partito come strumento insostituibile di partecipazione democratica, di emancipazione popolare e di formazione e selezione delle classi dirigenti.”

M5S non ceda al pressing Pd sul Mes: serve una svolta keynesiana

Articolo pubblicato sull’Huffington Post

Neanche la settimana di Ferragosto di tregua: è incessante l’offensiva del Pd per l’accesso al Mes. Dal Segretario Nazionale in giù, ripartono le intimazioni al M5S per dimostrare “maturità politica”. Ovviamente, sono ideologici i No al Mes, mentre sono razionali e oggettivamente empirici i Sì. Il Pd, sempre più esplicitamente impegnato a legittimarsi come partito garante subalterno del vincolo esterno, insiste sul regalo di Babbo Natale ancora (per poco, sostengono i bene informati) rifiutato dal M5S a causa di residue scorie di populismo. Non vi sono condizionalità, ripetono in coro con larga parte dell’establishment, comprensibilmente intento ad affermare gli interessi della finanza e delle imprese legate all’export. Ma i pragmatici e maturi sostenitori del Sì Mes non spiegano perché, nonostante la conclamata convenienza, nessuno altro Stato dell’eurozona intende approfittare del pasto gratis.

Eppure, seppur minori dei nostri, Grecia, Portogallo, Spagna e perfino Francia avrebbero risparmi in termini di spesa per interessi da ripagare. Vero: non vi sono condizionalità all’accesso. Ma, poiché il trattato istitutivo del Mes, i Trattati europei, i regolamenti comunitari sono rimasti invariati, le condizionalità scattano dopo l’accesso, quando, per statuto, il board del Mes valuta la solvibilità del debitore, l’Italia, e rileva un rischio oggettivo, dato un debito pubblico che per noi, a fine anno, si aggira intorno al 170% del Pil, in uno scenario senza inflazione e una crescita schiacciata dal dumping sociale e fiscale del mercato unico europeo, in un contesto globale segnato dall’esaurimento della spinta propulsiva degli Stati Uniti Usa importatori-consumatori di ultima istanza. In sintesi, di fronte al rischio di solvibilità, arriva il programma di aggiustamento macroeconomico e strutturale.

Pd e M5S, insieme, dovrebbero, invece, adoperarsi, in un’alleanza con i Governi degli Stati più sacrificati, per una svolta keynesiana nell’Ue. In particolare, dovrebbero insistere attraverso il governo Conte per avvicinare l’intervento della Bce, ancora frenata dal suo mandato ordoliberista, al comportamento della Fed e motivare le ragioni per instaurare un regime finanziario di rinnovamento perpetuo dei Titoli di Stato acquistati dalle anche centrali nazionali. Infine, sarebbe decisivo promuovere una radicale riscrittura delle regole dell’eurozona. La riattivazione del Patto di Stabilità e Crescita, senza neanche una minimale golden rule per consentire l’addizionalità dei prestiti previsti dal Recovery Fund, e la concorrenza al ribasso del mercato unico europeo determinato uno scenario di soffocamento, nonostante gli effetti positivi ascrivibili all’impiego accorto dei celebrati 209 miliardi resi disponibili da Next Generation Eu.

Il M5S la prova di maturazione politica l’ha data nei giorni scorsi nel voto per derogare alla regola dei 2 mandati e per la praticabilità di alleanze pre-elettorali. Oggi, dovrebbe affermarsi nella difesa di quelle fasce sociali, disoccupati e lavoratori precari, subordinati e autonomi legati alla domanda interna, spiaggiati da trent’anni di europeismo liberista.

UE: Con Mes il PD vuole ridefinire maggioranza?

Con la martellante richiesta di accedere al Mes, il Pd vuole ridefinire, con il concorso di Forza Italia, la maggioranza a sostegno del Governo Conte? Sarebbe un grave errore sul piano economico e politico. Sul piano economico, sarebbe un segnale di difficoltà, in contraddizione con il miglioramento del clima finanziario dopo l’accordo di Bruxelles. Sul piano politico, da un lato, si allontanerebbe l’agenda dalle fasce sociali più in difficoltà; dall’altro, diventerebbe ancora più ristretto lo spazio per una politica economica autonoma, come se non fossero già pesanti le condizionalità previste per le risorse del Recovery Fund. Oggi, la priorità dell’esecutivo e della attuale maggioranza dovrebbe essere un’offensiva per correggere le regole europee di finanza pubblica e per sostenere l’ampliamento degli interventi dell Bce. Il Mes è rimane una strada dannosa per gli interessi di lavoratrici e lavoratori.

Governo: Irricevibile ricatto Pd sul Mes, aumento tasse è rinviato

Il ricatto dal Pd per il Mes è irricevibile: o il Mes gratis o aumenti di tasse. Messo così soltanto qualche trinariciuto potrebbe resistere. Neanche i sovran-liberisti si cimenterebbero. Purtroppo, il Mes non è gratis. Soprattutto, non è alternativo all’aumento di tasse: in quanto debito, le rinvia soltanto. Il ricorso al Mes è insensato e pericoloso, non a caso nessuno dei membri dell’euro-zona zavorrati da Titoli di Stato più costosi dei prestiti Mes prevede di utilizzarlo. L’Italia dovrebbe smettere di sprecare capitale politico per il Sure, il Recovery Fund e le garanzie Bei, strumenti sostanzialmente inutili ai fini della sostenibilità del debito pubblico. Invece, si dovrebbe concentrare, ancor di più dopo la sentenza di Karlsruhe, a sostenere la Bce affinché aumenti gli acquisti e sterilizzi i Titoli di Stato in pancia alle banche centrali nazionali. È una soluzione impossibile? Allora, il Pd deve esplicitare che il Mes non è gratis: è la strada per arrivare all’Outright Monetary Transaction, l’intervento della Bce condizionato al programma con la Troika.

Prescrizione: se Iv non ci sta si torni a voto

Se Italia Viva ritiene inaccettabile il faticoso compromesso raggiunto sulla prescrizione se ne prenda atto e si torni al voto. M5S e Pd dovrebbero riconoscere che giocano e devono giocare nella stessa metà campo, opposta a quella del centrodestra. Il nostro campo però non è omogeneo e nessuno deve puntare a ridurlo a un solo soggetto o a un partito unico: qui troviamo un partito importante come il Pd, insediato sulle fasce sociali che in questi decenni hanno beneficiato del mercato unico e della globalizzazione, ma ci deve essere un altro soggetto che invece rappresenta chi si trova in difficoltà, i lavoratori e la piccola impresa boccheggiante che deve avere un`altra rappresentanza. Due soggetti nello stesso campo che si possono alleare ma restano diversi, tanto più con una legge elettorale proporzionale. E sbaglia chi sottovaluta le implicazioni politiche dell`indebolimento del M5s.

Roma: Pd riconosca l`errore politico su Marino

Sulla fine dell`Amministrazione di Ignazio Marino leggo singolari ricostruzioni e rimozioni. Il Pd dovrebbe riconoscere il gravissimo errore politico e istituzionale compiuto allora verso i cittadini di Roma e, in particolare, verso gli elettori del Sindaco rimosso dal notaio, oltre che verso Ignazio”.  Così come in una nota Stefano Fassina consigliere di Sinistra per Roma deputato LeU.   “Per contrastare la sfiducia notarile a Marino, Il 12 Ottobre 2015 affermavo: `A Roma, è un dovere verso i cittadini portare la discussione sulla conclusione dell`amministrazione Marino nell`aula consigliare. Il sindaco fa bene a presentarsi in aula Giulio Cesare e i consiglieri, in particolare quelli del suo partito, dovrebbero evitare di dimettersi e consentire la discussione. In aula, il Pd dovrebbe spiegare alla città le ragioni della sfiducia verso Marino e il sindaco, da parte sua, dovrebbe prenderne atto, poiché non si può governare efficacemente senza il sostegno pieno e convinto del proprio partito. Roma ha urgente necessità di uscire dal caos nel quale il segretario nazionale e il presidente-commissario del Pd l`hanno condotta`. Purtroppo, il Pd andò dal notaio.

Pd: Zingaretti-Calenda-Gentiloni sono simili

Zingaretti, Calenda, Gentiloni non vedo ad oggi differenze significative in termini di programma fondamentale e interessi economici e sociali di riferimento.Spero il loro dibattito si approfondisca. Ora, sono tutti e tre in sostanziale continuità con l`europeismo liberista della famiglia socialista europea negli ultimi trent`anni. Davvero deprimente che si possa ritenere rilevante il diverso background: sinistra storica; sinistra extraparlamentare-Margherita; tecnocrazia. Sono dati biografici irrilevanti senza una netta correzione di rotta culturale e politica per tornare a quel popolo delle periferie economiche, sociali, culturali che le sinistre hanno abbandonato e colpito.Nel Pd non vi è sufficiente consapevolezza del passaggio di fase. Rimane il partito degli interessi più forti.