Primarie: Stranieri in fila è integrazione, Caudo chiarisca

Spero che Giovanni Caudo chiarisca le affermazioni sul voto in V Municipio. Sono gravissime, classiste, poco consapevoli della realtà di Roma, oltre il circuito Ztl. I cittadini stranieri residenti nella nostra città che si sono messi in fila per votare sono una straordinaria opportunità di integrazione. Tanti di loro li conoscono da anni. Andrebbero sostenuti nel loro impegno. Caro Giovanni, hai fatto un buon risultato, non hai bisogno di cadere così in basso. Correggi l’errore e scusati

Roma: Linee di programma prima delle primarie

Grande eccitazione nel Pd di Roma e dintorni, fioriscono candidature a Sindaco, per l’annuncio della data per le primarie. Comprensibile. Almeno si sblocca uno stallo sempre piu’ grave. Ma le primarie, insisto, non sono un episodio di X-Factor. Per avere senso, devono avvenire lungo linee politiche e programmatiche condivise. Sinistra per Roma, dopo aver proposto alla coalizione punti prioritari a Novembre scorso, continua a chiedere un confronto aperto e partecipato dalle migliori energie sociali della Capitale per verificare se, per la coalizione in fieri, l’avversario da sconfiggere e’ la destra o la Sindaca Raggi; se mettiamo al centro la drammatica questione sociale squadernata in citta’, a partire dal lavoro da internalizzare e dal diritto all’abitare da garantire; se puntiamo a ristrutturare e rilanciare le aziende municipali come volano di sviluppo e di welfare o cediamo alle privatizzazioni. Sono soltanto alcuni esempi. Da affrontare prima delle primarie: per offrire alla citta’ stremata e disorientata una proposta politica seria e una rinnovata e adeguata classe dirigente.

Roma: prima il programma e poi il candidato

A Roma, siamo in grande ritardo nella costruzione della coalizione e nella scelta della candidatura a Sindaco. Dobbiamo riavviare al piu’ presto il confronto partecipato sulle linee di programma. Poi, scegliere il nome che, da un lato, e’ in grado di fare sintesi della pluralita’ dei partiti e dei movimenti dell’Alleanza per Roma, dall’altro ha il profilo per intercettare l’elettorato M5S: al secondo turno deve ricomporsi lo schieramento M5S-Pd-LeU. Lo dico con rispetto al Pd, il messaggio di programma a una citta’ sempre piu’ disperata non puo’ essere: ‘noi facciamo le primarie’. Oggi, dobbiamo dire cosa proponiamo per sostenere il lavoro e contrastare disuguaglianze sempre piu’ insostenibili, Abbiamo un grande lavoro da fare. Faccio un appello al Pd: torniamo a confrontarci sui temi fondamentali e apriamo alla partecipazione. Dobbiamo costruire una coalizione sociale per il Campidoglio.

Bene Pisapia: Primarie per programma leadership e candidature

È positivo e promettente il riconoscimento da parte di Campo Progressita dell’impraticabilità del rapporto con il Pd. Sono benvenuti tra quanti da anni sono impegnati alla costruzione di una proposta politica per la democrazia costituzionale, la dignità del lavoro, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale.
È evidente che un progetto politico unitario si definisce insieme. Insieme ai Comitati per il No alla revisione costituzionale, insieme alla Rete delle liste unitarie e di alternativa attive in centinaia di città, insieme a tante energie del volontariato e della.società civile. Invece, se ciascuno lancia il proprio appuntamento e invita gli altri non si va lontano. In ogni caso, per dare credibilità al percorso politico, è necessaria la  partecipazione democratica piena, quindi primarie per il programma e la leadership nazionale e primarie per le candidature.
Giuliano Pisapia deve essere protagonista del progetto da costruire, ma è complicato riconoscere sulla carta la leadership a chi è stato dalla parte del Si al referendum costituzionale e consenziente o evasivo su decivisi nodi di programma come il Jobs Act, la cosidetta “Buona scuola”, le trivellazioni e, da ultimo, la reintroduzione dei voucher.

Se Marino in campo, prima discutiamo il programma, poi troviamo uno strumento partecipato

Se Marino deciderà di candidarsi prima discutiamo di programma poi troveremo forme partecipate per scegliere il candidato. Escludo che una personalità come la sua  – che giustamente ha rotto con il Pd dopo le dimissioni firmate dal notaio – possa candidarsi fuori da un percorso partecipato, tanto più di fronte alla proposta di primarie fatta sin da gennaio scorso. Noi vogliamo unire e andiamo avanti. Oggi daremo vita a una riunione sul programma con tutte le forze politiche impegnate per una svolta a Roma. Sono fiducioso che troveremo un percorso unitario.
Non si può accomunare Marino ad Alemanno. Marino ha pagato per atti di discontinuità che hanno spezzato interessi molto forti. Le magistrature certamente dovranno fare il loro corso. Ritengo però insostenibile la tesi di una continuità tra Marino e Alemanno.
Marino ha introdotto degli elementi di discontinuità molto chiari, anche se a mio avviso insufficienti.

Per Roma puntiamo sulla cura del ferro

Intervista di Pietro Vernizzi – sussidiario.net

La mia candidatura non crea spaccature nel centrosinistra ma offre un’alternativa valida al 50 per cento dei romani che nel 2013 scelsero di astenersi alle comunali e al 60 per cento dei simpatizzanti del Pd che, dopo avere partecipato alle primarie tre anni fa, quest’anno ha deciso di non farlo”. Lo afferma l’onorevole Stefano Fassina, candidato di Sinistra Italiana per le elezioni comunali a Roma. Alla sfida partecipano Roberto Giachetti per il Pd, Virginia Raggi per M5s, l’indipendente Alfio Marchini. Nel centrodestra invece sono in lizza sia Guido Bertolaso per Forza Italia sia Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, che oggi annuncerà ufficialmente la sua discesa in campo.

 

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Marino in corsa a Roma? Serve trasparenza

Dal Corriere della Sera del 14-3-2016

Rimpianto per il diniego di Massimo Bray a partecipare alle primarie della sinistra per il candidato sindaco. Minor calore per Ignazio Marino. Con questo stato d’animo ieri Stefano Fassina, candidato sindaco per «Sinistra Italiana», accoglie la decisione (irrevocabile) dell’ex ministro del governo Letta di non scendere in campo. Non partecipando a quelle primarie della sinistra auspicate da Fassina, da esponenti romani di Sel come Gianluca Peciola e Massimiliano Smeriglio, a cui potrebbe correre ora l’ex sindaco Marino.

 Ieri Fassina da una parte twitta: «Massimo Bray è una risorsa preziosa per Roma. Spero ci aiuti comunque nella sfida per il governo di ricostruzione morale ed economica della Capitale». Dall’altra dice: «La riflessione sul nostro progetto politico da parte di Bray e Marino nelle ultime settimane sottolinea la sua capacità attrattiva e la sua validità».

Non sembra però più facile ora la via delle primarie per individuare un candidato sindaco alternativo a Roberto Giachetti (Pd), che incarni le istanze politiche e culturali di una sinistra che sembra aver smarrito i punti di riferimento principali.

La chiave è tutta nel cuore della motivazione usata dallo stesso Bray nel declinare — con un post su Facebook — l’offerta: «Non voglio essere ulteriore elemento di divisione». Bray la invoca come nobile motivazione di diniego. E in qualche modo evoca un fantasma che Fassina sta tentando di tenere lontano. «Sono tante — spiega — le persone che dopo il brutto spettacolo offerto dalle primarie del centro sinistra stanno guardando a noi con interesse. C’è una rottura profonda che bisogna risanare, c’è gente di centrosinistra che ha rotto per sempre con il Pd e ci sta osservando con interesse». Fassina vuole le primarie della Sinistra e porta, per ora, a casa il risultato di aver resistito a chi lo spingeva a partecipare a quelle realizzate dal Pd e che hanno visto la vittoria del vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti.

«Se avessi ascoltato quella parte di Sel che mi invitava a partecipare alle primarie del Pd — spiega Fassina — ora il nostro progetto sarebbe morto, cancellato. Invece in questo momento è più vitale di prima». Lui stesso sarebbe «morto politicamente». Fassina glissa decisamente sulla condivisione delle primarie con Ignazio Marino. «Bisogna mettere in campo una consultazione democratica e trasparente. Noi siamo una comunità in una fase costituente, ma siamo anche gli unici ad aver già offerto un programma completo sulla città. Tra i primi nostri obiettivi c’è la ristrutturazione del debito capitolino, ripartendo dall’addizionale Irpef». Certo ora c’è anche la variabile tempo: «Bisogna trovare al più presto una condivisione sul programma».

Intervista di Maria Rosaria Spadaccino

Tutto conferma la nostra scelta, fu un errore fare un Pd così plebiscitario

Massimo D’Alema ha ragione e le sue parole confermano che abbiamo fatto bene a lasciare il Pd. Ma la colpa non è tutta di Renzi, è sbagliata l’impostazione leaderistica e plebiscitaria del Lingotto.

Intervista di Daniele di Mario

Onorevole Fassina, cosa pensa di quel dice D’Alema?
Ho lasciato il Pd a giugno perché già allora era evidente che il Partito della Nazione era in fase avanzata e irreversibile. Per questo abbiamo avviato la costruzione di SI e ho deciso a novembre di candidarmi a sindaco di Roma, perché larga parte del popolo di sinistra non si riconosce più nel Pd. D’Alema conferma la correttezza di quella scelta.

Dalle città nascerà la nuova sinistra?
Il punto fondamentale è che gran parte del popolo di centrosinistra ha rotto col Pd. La nostra iniziativa non è quella di un ceto politico spiaggiato, ma una risposta a un fatto già avvenuto. I primi segnali ci sono stati col crollo dell’affluenza prima in Emilia Romagna e poi in Toscana e in Umbria. Le iniziative a sinistra che stanno nascendo a Torino, Bologna, Milano, Roma e Napoli puntano proprio a dare rappresentanza a chi è di centrosinistra ma non si riconosce più nel Pd.

Eppure il Pd la sinistra l’ha governato per anni. Dove avete sbagliato?
La decisione di lasciare il Pd di per sé è già un’autocritica. Ma il problema è l’impianto di cultura politica del Pd, fondato sull’idea della democrazia plebiscitaria, del leaderismo e di un europeismo liberista. Renzi non è un marziano, ma l’interprete più estremo e più cinico del Lingotto.

 Critica Veltroni. Vuol dire che non rifarebbe il Pd e tornerebbe all’Ulivo?

No, io credo ancora nell’incontro in un unico partito della cultura cattolico-popolare con quella della sinistra riformista. Non rifarei il Pd come è stato concepito al Lingotto, fondandolo sulla democrazia plebiscitaria. Italia Bene Comune è stato l’ultimo tentativo di correggere quell’impostazione, provando a recuperare l’impostazione ulivista.

 Molti dicono che la sua candidatura a sindaco è votata alla testimonianza.

Una sinistra di governo si costruisce sulla capacità di creare rapporti con culture politiche diverse. Invece alcuni mi attaccano per aver criticato la maternità surrogata. Se Massimo Bray riflette se candidarsi o meno a Roma e Ignazio Marino sta già dentro un percorso, vuol dire che Sinistra Italiana è un progetto più largo, non l’occupazione di una nicchia. Per questo a Roma dovremo presentare una lista plurale per dare una rappresentanza ampia della città.

 Su Avvenire ha criticato Vendola e l’utero in affitto. Considera chiusa la parabola dell’ex governatore pugliese?

Vendola da tempo ha detto di voler fare un passo indietro. Sinistra Italiana si costruisce con un’altra classe dirigente, che va formata e selezionata.

 Si candiderà a segretario al congresso di dicembre?

Ora faccio il candidato sindaco. In vista del congresso abbiamo un enorme lavoro da fare in termini di formazione di cultura politica e di classe dirigente, dobbiamo costruire una comunità di persone che hanno provenienze diverse. Se affidiamo tutto a un uomo solo il progetto fallisce.

 Capitolo primarie Pd. Caos a Roma e a Napoli. Tutta colpa di Orfini? Lei ha partecipato alle precedenti primarie, anche a quelle che l’hanno portata in Parlamento. Non ha mai avuto dubbi o sospetti sulla regolarità delle diverse consultazioni?

È stato stupido imbrogliare sulle schede bianche nella Capitale. Però a Roma già nel 2013 ci furono polemiche, nel 2011 a Napoli le primarie vennero annullate, in Liguria indaga la procura. La responsabilità sta nell’aver fatto delle primarie il mito fondativo del Pd. In realtà esse servono solo a surrogare politica e partiti deboli. Non dico di non farle, possono essere un passaggio fondamentale per la demcorazia. È però evidente che se i partiti funzionano le primarie funzionano. Secondo me servono per scegliere candidati premier o sindaco, non i dirigenti di partito nazionali e locali. Oggi le primarie sono l’effetto della debolezza dei partiti e della politica. Sono comunque favorevole alla loro regolamentazione per legge, perché coinvolgno tutti i cittadini, anche chi non va a votare. Abbiamo presentato una proposta di legge in tal senso.

 Marino sarà in campo, Bray forse. Lei c’è già. Come deciderete chi candidare?

Stiamo discutendo, purché si faccia presto e non si decida dopo le amministrative. Sono personalmente favorevole ai caucus americani. Con Marino abbiamo dialogato a lungo su temi importanti come Malagrotta e le municipalizzate. La sua partecipazione è un indicatore della capacità espansiva del progetto Sinistra Italiana.

 Marino è favorevole allo stadio della Roma e alle Olimpiadi. Lei un po’ meno.

Sui Giochi raccolgo le firme per il referendum: i romani devono decidere se investire nelle insfratrutture olimpiche o per finire la metro C, per i rifiuti, per l’emergenza casa, per il decoro urbano e per la Roma-Lido. A questo proposito non mi convince la vendita ai francesi come vorrebbe la Regione Lazio, che anziché buttar soldi in un’autostrada a pagamento al posto della Pontina poteva investire nel trasporto su ferro. Sullo stadio sono favorevole a un impianto della Roma, e sottolineo della Roma. Il progetto di Tor di Valle non va bene, c’è una sproporzione tra i volumi dello stadio e delle infrastrutture a esso collegate e i tre grattacieli per uffici in una zona dove esistono già uffici sfitti.

Io e Marino? È già un successo

Intervista di Daniela Preziosi

Stefano Fassina, quindi anche a sinistra del Pd farete le primarie per scegliere il candidato sindaco?
Intanto abbiamo unito tante forze e questo vuol dire che il progetto che ho avviato mesi fa ha attratto per esempio Ignazio Marino e Massimo Bray, personalità autorevoli del Pd che confermano una rottura fra quel partito e una parte del popolo di centrosinistra.
D’accordo, avete allargato il campo. Ma ora vi ritrovate con troppi candidati.
È fisiologico. Se sarà così è perché mettiamo insieme aree e percorsi diversi in modo partecipato.
«Se sarà così» vuol dire che ha qualche dubbio che Marino si candidi davvero?
Sia Marino che Bray stanno riflettendo. Poi diranno loro.
Vi siete dati un tempo per queste riflessioni?
Certo, non possiamo andare avanti ancora molto. Nei prossimi giorni il quadro si chiarirà. Ma siamo già d’accordo sul fatto che serve un percorso partecipato con tutti quelli che in questi mesi hanno lavorato e quelli che vogliono impegnarsi.
«Percorso partecipato», come lei dice, non significa necessariamente primarie.
Vediamo, per organizzare primarie vere e proprie c’è anche un problema di tempo.
Il Pd avverte Bray e Marino che se decidessero di candidarsi sarebbero fuori dal partito.
Per questa ovvietà non c’è bisogno di un comunicato.
Non teme l’appello al voto utile che il Pd già fa?
È un riconoscimento del fatto che fuori dal Pd c’è una prospettiva politica concreta in cui impegnarsi. Quando ho avviato la mia candidatura, a fine novembre, avevo proprio questo obiettivo. E ora segnalo che senza questo mio percorso, e senza la partecipazione in tante aree politiche e sociali della città, oggi la sinistra di Roma sarebbe finita come quella di Milano. E questo lo dico a prescindere da chi alla fine sarà il candidato.
Orgoglioso di aver detto no alla partecipazione alle primarie del Pd?
Lo dico chiaro: se avessi ascoltato quella parte di amministratori di Sel che spingevano per fare le primarie Pd, ora saremmo morti. Quella parte confonde la cultura di governo con la subalternità al Pd.
E però alla fine il candidato potrebbe non essere lei.
Il fatto di avere questo problema è già un indice di successo. Ma sono determinato a vincere. Dobbiamo allargare le aree sociali e politiche che abbiamo messo insieme, non dobbiamo sostituirne una con un’altra.
Da sindaco, Marino è stato accusato di essere un amministratore solitario e di non fare squadra. È cambiato?
Le difficoltà che ha avuto sono dipese anche dai compagni di viaggio che aveva. Ma certo noi dobbiamo mettere in campo una squadra. Ci sono nodi programmatici che vanno affrontati. Noi per Roma proponiamo discontinuità programmatiche: sulle privatizzazioni, sull’uso sociale degli spazi del comune e sulla delibera 140, sugli appalti che tagliano fuori le cooperative sociali. Vogliamo ristrutturare il debito, diciamo sì allo stadio della Roma ma no al progetto di Tor di Valle. Con le rappresentanze dei lavoratori e della cittadinanza vogliamo il dialogo sociale.
«Discontinuità programmatiche» anche con la giunta Marino? Marino è d’accordo?
Marino conosce il programma. E certo fra noi serve una base programmatica condivisa.
Il Pd già vi definisce lista dei «rosiconi» che vogliono solo far perdere loro.
Argomento inefficace. Domenica il 60% di quelli che hanno votato nel 2013 non è tornato ai gazebo. E non per l’invito di Fassina. Il Pd non vuole vedere che c’è una parte del centrosinistra che è rimasta a casa. Noi di Sinistra italiana non stiamo creando una domanda, stiamo cercando di costruire una risposta.
Molti di voi hanno definito le primarie del Pd un «flop». Ma 40mila persone e passa alle urne è comunque un risultato. Non avete paura di un confronto diretto con questi numeri, di fare le primarie dei «piccoli»?
Il Pd è uno dei principali partiti italiani. E benché in profonda difficoltà ha il governo nazionale, un presidente del consiglio che occupa tutti gli spazi mediatici possibili, che controlla la Rai, che governa la regione e infine che ha ereditato un tessuto di circoli sul territorio. Il confronto fra noi e loro sarebbe davvero singolare. Ma non abbiamo paura. Anche nei tempi stretti che che ci stiamo dando, faremo il massimo possibile.
Lei, Fassina; poi Marino, forse un nome di Civati, forse qualcun altro di Sel. Non rischiate di frammentare il voto con troppi candidati alle primarie?
Che ci siano più candidati alle primarie è normale. Ma il nostro obiettivo non è costruire un cartello elettorale, un accrocco. Vogliamo mettere in piedi un soggetto politico, una comunità strutturata. Per dare un governo di svolta a Roma. C’è bisogno che questo governo abbia radici sociali, che non si illuda con il riformismo dall’alto ma che sia ben ancorato alla comunità. Una scelta che poi si iscrive nel nostro progetto nazionale.
Cuperlo, della minoranza Pd, vi chiede di costruire ponti, di non chiudere il dialogo.
Il dialogo con loro lo facciamo sempre. Ma nonostante gli sforzi generosi della minoranza Pd, non sono possibili interlocuzioni vere. Anche i risultati delle primarie rendono chiaro che il rapporto con quel partito è impraticabile per chi vuole dare rappresentanza al mondo del lavoro. O per chi vuole la giustizia ambientale: bisogna prendere atto che il governo ha scelto la data del 17 aprile per il referendum antitrivelle, scartando l’election day. L’ha fatto proprio per depotenziare il Sì.

Triste per questo sfacelo. Comandano i capibastone

Il primo dei gufi potrebbe essere oggi il re dell’allegrezza. Ma non lo si conosce mai abbastanza. «Provo una tristezza sconfinata, sì la definirei così…», sospira Stefano Fassina.Se c’è un motivo antropologico che lo portò a sbattere la porta del Pd, da solo o quasi, dopo aver ingoiato rospi su rospi, è racchiuso in questa sua misura umana, non politica.Forse, persino, impolitica e impopolare. Misura nelle parole, come negli atteggiamenti, che ne fanno l’Anti-Renzi in un senso non mediatico ma reale. Quello sbruffoneggia, Fassina s’intimidisce; Matteo vola via di selfie in selfie, Stefano s’affligge di Pil. I tempi sembrerebbero decretare una condanna a vita per lui, eppure il precipizio imboccato dal Pd gli dà ragione su tutta la linea (ovviamente ha il buongusto di non rivendicarlo). «Sono triste. Ma non è la prima volta che le primarie si risolvono in questo sfacelo. In Liguria fu peggio che a Napoli, per non parlare dell’Emilia Romagna nel 2014 o di Toscana e Umbria l’anno scorso. Le nostre roccaforti».

Intervista di Roberto Scafuri

Il male ha radici lontane.

Già. Ma mi fa ancora più male vedere il clima che si respira nel mio vecchio partito: mi colpiscono le reazioni, la voglia di minimizzare, di rendere fisiologico un dato gravissimo come quello di 40mila votanti a Roma. L’assenza di partecipazione presentato come attestato di qualità.

È la tesi del presidente Orfini, che lamenta le «truppe cammellate di una volta».

È questa la cosa più patetica e paradossale. Il Pd a Roma sa benissimo come stavano e stanno le cose. Anche perché gli stessi capibastone sono protagonisti pure oggi. La gente che non è andata a votare, il Massimo Bray che pensa di candidarsi contro il Pd – non un pericoloso estremista – sono segnali precisi. Non di nostalgia per Mafia capitale, ma del fatto che il Pd è andato da un’altra parte, ha rotto con la parte migliore di noi.

Il partito della Nazione è irreversibile e irrefrenabile.

Il partito della Nazione c’è già. È questa cosa qui, vive e lotta – contro di noi.

Dunque non vede due Pd che si fronteggiano.

Mi spiace per chi è ancora dentro e ha bisogno di far sogni belli. Quel che si vede è un protagonista assoluto. Poi una pletora di gregari… Molti folgorati sulla strada di Rignano. Ma certa subalternità fa parte della statura dei personaggi.

Pensano che la segreteria Renzi sia ancora scalabile.

Non lo credo affatto, altrimenti non sarei qui a lavorare al progetto di una sinistra di governo per Roma. Il passaggio decisivo non potrà essere certo il congresso del Pd, bensì il referendum di autunno sulle riforme. Lì si decidono le sorti di Renzi, e quindi le prospettive del partito. Una vittoria dei sì porterebbe alla celebrazione di un congresso plebiscitario. Altro che chiacchiere e finte alternative interne.

Pantomime. Come il candidato Giachetti che si fa immortalare quale Petroselli redivivo.

Giachetti-Petroselli? Un ossimoro, che trovo anche un po’ di cattivo gusto. Se volesse davvero provare a richiamarsi a quell’esperienza, gli basterebbe dire no ai palazzinari, no alla privatizzazione degli asili nido e del patrimonio capitolino; dire sì invece agli investimenti sui servizi per i cittadini, come la Roma-Lido o gli autobus…

Alt. Non facciamo propaganda elettorale. Lei forse dovrà correre alle primarie con Bray, mentre Cuperlo chiede una lista di «Sinistra per Giachetti», ma anche di riunificare la sinistra dopo le Comunali. Dal di fuori si fatica a capire il senso.

Anche dal di dentro. Fatico davvero anche io a capire certe elucubrazioni dei miei ex compagni. Anzi, non ho capito neppure a chi si rivolge.

Il popolo fugge dal Pd che ha in Verdini, dice lei, un «alleato organico».

Non può esistere solo Renzi e i riferimenti economico-finanziari che interpreta. Il lavoro ha bisogno di una rappresentanza. Abbiamo il dovere di provarci. Almeno quello.